Libro I – Capitolo 1

Jude era nato nell’arcologia di Charleroi.

Le devastazioni del catastrofico conflitto avevano distrutto gran parte degli arsenali bellici, ma non le stazioni di ricerca scientifica e tecnologica. Questo perché la fase più cruenta della guerra si esaurì nel primo mese di combattimenti. Dopo quel periodo le risorse disponibili agli eserciti finirono quasi del tutto e i combattimenti assunsero le caratteristiche della guerriglia. Fucili e pistole erano le armi ancora disponibili e, ovviamente, qualsiasi oggetto che potesse essere usato per uccidere. Centinaia di migliaia di scienziati di tutto il mondo approfittarono della relativa calma che seguì a quella fase per creare una rete scientifica globale. Grazie alla lungimiranza di alcuni generali, le poche centrali elettriche sopravvissute e ancora funzionanti furono destinate ad alimentare i centri di ricerca e, con sforzi e sacrifici, ne vennero costruite di nuove, tutte fotovoltaiche, e immensi campi di pale eoliche. Ben presto alcuni scienziati, ispirati dalle visioni di architetti del ventesimo secolo, iniziarono a progettare delle città autosufficienti, chiamate Arcologie.

Ogni arcologia era concepita per offrire alloggio a milioni di persone, producendo da sé il proprio cibo e la propria energia. Le prime arcologie furono Nuova Pechino e San Pietroburgo, completate nel 2078, venticinque anni dopo la fine della guerra. Entrambe erano dotate di due generatori Tokamak di nuova generazione e entrambe erano alte due chilometri, dimensioni presto superate da altre città nel mondo. Questo straordinario risultato fu ottenuto concentrando sulla ricerca tutte le risorse ancora disponibili e questo, a sua volta, fu possibile solo grazie alla sparizione di apparati militari ipertrofici.

Le arcologie erano la risposta a un numero di esseri umani sempre più alto. Nonostante la guerra avesse richiesto un tributo di sangue enorme, la resilienza degli esseri umani era tale che entro dieci anni dalla fine del conflitto il numero di abitanti del globo aveva riassorbito il numero di vittime, e trent’anni dopo, il loro numero era addirittura raddoppiato, giungendo a quasi quindici miliardi. E il tasso di crescita demografica non accennava a diminuire.

Fu solo naturale che, a un certo punto, si iniziò a costruire in verticale. Sorsero delle enormi torri, delle vere e proprie città verticali, come quelle sognate dai precursori del ventesimo secolo. Charleroi ne era un buon esempio, benché di dimensioni ridotte, coi suoi quattro chilometri di altezza. Il tronco di cono ospitava cinque milioni di persone. Altre città del mondo potevano vantare torri alte anche dieci chilometri e le vecchie megalopoli, come Londra o Parigi arrivavano a un’altezza di quindici. La ricerca, nel frattempo, aveva continuato a migliorare i Tokamak, che ora erano efficienti al punto che uno solo di essi produceva il doppio dell’energia dei modelli precedenti, occupando, al contempo, solo un terzo dello spazio necessario alle versioni più vecchie. Invece di sprecare due interi quartieri per due generatori, ora l’equivalente di un condominio di medie dimensioni riusciva a rifornire di energia cinque milioni di persone.

A Charleroi i lavori di costruzione erano iniziati immediatamente dopo la fine della guerra e continuavano ancora in quei giorni. Gli oltre cento chilometri quadrati della città vecchia giacevano sotto un’enorme torre visibile anche da grande distanza. A quattro chilometri di altezza, sul tetto della città, un’enorme cupola di vetracciaio fungeva da serra per gli orti e da riparo per gli allevamenti di animali.

Gran parte di Charleroi, però, non si trovava nella torre. La città, infatti, in tutta la sua altezza misurava sette chilometri. Tre chilometri di appartamenti, negozi e attività produttive industriali e artigiane si trovavano sottoterra. E la parte interrata continuava a svilupparsi anche in larghezza.

Jude viveva in un appartamento sotterraneo, a 53 livelli sotto il suolo. Suo padre era un artigiano. Si occupava di costruire oggetti in metallo, usando scarti e materiale di recupero. La vita di sotto, come si diceva colloquialmente in città, era dura, e un fabbro che conoscesse il suo mestiere godeva di rispetto e, quasi riverenza, in un luogo in cui una buona lama poteva voler dire sopravvivere o soccombere. Alla famiglia di Jude non mancava nulla, ed era merito di sua madre, un ingegnere impiegato nella manutenzione del Tokamak.

Lyra aveva incontrato Benassar, il padre di Jude, quando questi era stato beccato a gironzolare intorno al generatore in cerca di scarti di metallo. Quello usato per costruire le pareti del Tokamak era il migliore che si potesse trovare in tutta la città, e Benassar qualche volta aveva avuto la fortuna di trovare frammenti di parete che, una volta nel suo laboratorio, venivano fuse assieme ad altri metalli per creare attrezzi, o armi, molto resistenti. Una tokalama, così le chiamavano, poteva valere parecchi crediti.

Quel giorno Lyra era di turno e le fu ordinato di tenere d’occhio lo straccione che si era aggirato con fare sospetto intorno al generatore. Lo avevano scambiato per un terrorista. A nulla erano valse le proteste di innocenza dell’uomo, che, con sua grande meraviglia, e una punta di desiderio forse, fu condotto all’interno solo per finire, questa volta con molto meno meraviglia, rinchiuso in una cella con tre pareti di cemento e una chiusa da una parete di ante scorrevoli di plastica. La cella perfetta per controllare qualcuno.

Lyra lo osservò sedere rassegnato e si rese conto che quel ragazzo non poteva essere una minaccia per nessuno se non per se stesso.

«Ti farai scoppiare un dente se continui a digrignarli così, amico» aveva detto con un sorriso.

Benassar si voltò per vedere chi aveva parlato e fu perso.

Risolto l’equivoco, Lyra e Benassar si erano rivisti spesso e, come da cosa nasce cosa, si sposarono. Andarono a vivere al cinquantatreesimo e Benassar a volte si meravigliava ancora di come fosse stata Lyra ad insistere per vivere lì. Di solito chi viveva in superficie faceva di tutto per rimanerci, ma non Lyra.

Jude venne al mondo pochi anni dopo e fin da piccolo passava molto tempo nel laboratorio di suo padre. La scuola del cinquantatreesimo gli lasciava abbastanza tempo per poter dare una mano al padre e, in questo modo, impadronirsi dei rudimenti dell’arte metallurgica. Lyra, d’altro canto, proseguiva la sua istruzione nei suoi campi, la meccatronica e la scienza dei materiali, e quando ebbe diciassette anni scelse di seguire le orme dei propri genitori.

Avere diciassette anni e vivere in un’arcologia poteva essere divertente se la tua abitazione si trovava in superficie. O anche pochi livelli sotto. Ma la vita oltre l’undicesimo livello cominciava a diventare più dura man mano che si scendeva. Lo chiamavano gradiente vitale. Molte persone usavano questa espressione per indicare il livello al quale vivevano. Jude era un gradiente 53, come anche tutti i suoi compagni di classe. Lui, però, era figlio di un’abitante della superficie e questo lo poneva in una situazione piuttosto singolare. Non erano molti i matrimoni tra persone di livelli così lontani tra di loro. Era molto più comune una differenza di due o tre livelli; dieci erano già una rarità. Per questo motivo Jude era trattato con diffidenza a scuola. La maggior parte dei suoi compagni di classe non ci badava, ma alcuni evitavano accuratamente di interagire con lui più dello stretto necessario. Ciononostante, Jude aveva pochi amici. Non era mai stato uno studente particolarmente dotato o interessato ad apprendere le lezioni impartite. Aveva del talento per le applicazioni tecniche e, grazie al tempo trascorso nel laboratorio del padre, era molto versato in tutto quello che riguardava i metalli. Ma il resto di quello che volevano insegnargli non riusciva a coinvolgerlo in nessun modo e lui studiava quanto bastava per non avere problemi. Non riusciva ad adattarsi al rigido sistema sociale della città, che pure era pensato per soddisfare le naturali inclinazioni di tutti i suoi abitanti.

La società che era sorta dopo la guerra aveva provveduto a riformare anche il sistema di istruzione. All’inizio, la penuria di risorse aveva costretto le persone a provvedere da sé all’educazione dei propri figli, in gruppi o privatamente. E per un po’ la cosa sembrò funzionare. Presto, però, ci si rese conto che non fornire un’adeguata istruzione comune a tutti avrebbe creato grandi problemi a una società chiusa su se stessa come quella che stava nascendo nelle arcologie. Un patrimonio di conoscenze di base condivise era imprescindibile perché una società come quella arcologica potesse funzionare. Gruppi di sociologi e antropologi collaborarono all’elaborazione di un sistema che fosse in grado di fornire alle città il personale di cui avevano bisogno per funzionare. Si stabilì che fino ai dieci anni l’istruzione fosse affidata al nucleo familiare. I successivi sei anni costituivano l’addestramento di base comune a tutti e dal diciassettesimo anno ciascuno seguiva il percorso che lo avrebbe preparato per la sua specializzazione, secondo le inclinazioni dimostrate. Quest’ultimo corso aveva la durata di tre anni e alla fine, al compimento del ventesimo anno, un abitante veniva assegnato al suo primo incarico ufficiale. Questo era il sistema usato quasi ovunque, con alcune varianti locali statisticamente irrilevanti.

Jude si era chiesto molte volte cosa ci trovavano di interessante i suoi compagni di classe in una carriera da tecnico della manutenzione del sistema idrico o, per esempio, in un futuro passato a redigere infiniti elenchi di pezzi di ricambio in entrata e uscita. Eppure pareva che la natura avesse creato anche persone con questo tipo di desideri. Per lui era inconcepibile. Dare vita qualcosa con il proprio ingegno, con le proprie mani, a questo poteva dare un senso. L’atto del creare oggetti coi metalli aveva per il ragazzo un significato quasi mistico, in un’epoca che aveva poco tempo, e ancora meno spazio, per questo genere di concetti. Sei mesi prima aveva forgiato la sua prima tokalama e la teneva appesa alla parete della sua camera. Che soddisfazione aveva provato nell’arroventare le schegge di metallo Tokamak nella piccola fornace di suo padre. Poteva sembrare strano che vi fosse ancora qualcuno che usasse i metodi degli antichi fabbri, ma gli oggetti creati con quelle tecniche erano molto più resistenti di quelli prodotti nei moderni impianti produttivi, Jude stesso se ne era definitivamente convinto solo dopo aver creato il suo piccolo capolavoro. E, soddisfazione non secondaria, suo padre aveva osservato per un lungo momento il coltello del figlio approvando il risultato con palese orgoglio. Non che glielo avrebbe mai detto, ma Jude conosceva suo padre. Sua madre, invece, non avrebbe gradito allo stesso modo. Aveva provato a lungo a convincere il figlio a seguire le sue orme, ma la teoria non era per Jude. Riusciva a comprendere il desiderio di sua madre, ma le sue inclinazioni erano decisamente più pratiche. Amava l’ingegneria dei materiali, ma per le applicazioni pratiche che se ne potevano ricavare, non per un interesse da studioso.

Ogni giorno, dopo la scuola, Jude tornava a casa a piedi. C’erano i mezzi cittadini per fare prima, ma lui preferiva passeggiare lungo i corridoi del livello 53. Lo chiamava, scherzando, “la mia vita sociale”. Ci metteva un’ora per un percorso che coi mezzi avrebbe superato in dieci minuti, ma a lui piaceva osservare le persone e i loro comportamenti.

Dalla scuola a casa sua correva un corridoio molto ampio, il corridoio 1356-53, secondo la nomenclatura originale. Da molto tempo, però, i cittadini del livello 53 lo avevano soprannominato il Lungo Cammino, perché era uno dei due corridoi centrali del livello che si incrociavano esattamente al centro dello stesso. L’altro corridoio era chiamato semplicemente L’Allée. Lungo i suoi fianchi, infatti, si allineavano gli uffici dirigenziali e gli alloggi più lussuosi del livello. Certo, nulla a confronto di quello che si poteva trovare in superficie, tuttavia lussuosi per il livello in cui si trovavano.

A volte, come oggi, con Jude c’erano Klaas e Marta, i suoi due migliori amici. Klaas era un ragazzo alto coi capelli ricci e castani, mentre Marta aveva i capelli corvini e una pelle così chiara da sembrare luminosa. Entrambi avevano seguito l’addestramento base nella stessa classe e nei sette anni trascorsi insieme avevano forgiato una salda amicizia.

«Ci vediamo da Jacques più tardi?» propose Klaas, riferendosi al bar in cui si ritrovavano spesso a bere qualcosa e a chiacchierare.

«Io non posso» rispose Marta, «devo raggiungere mio padre al 20». Il padre di Marta lavorava nella compagnia impegnata a costruire le stazioni di raccordo della città con la rete intercontinentale di treni sotterranei e il suo incarico gli permetteva di avere un doppio alloggio, uno al livello 53 e uno al 20, luogo in cui lavorava. Tutte le arcologie europee collaboravano al grandioso progetto di collegamenti sotterranei e Charleroi si trovava sul percorso di una delle tratte più importanti, la Vienna-Londra. All’inizio si era pensato di farla passare per Bruxelles, ma essendo di costruzione più vecchia, sia le dimensioni che i servizi offerti dall’arcologia dell’ex capitale belga erano stati giudicati insufficienti. Così la scelta era caduta su Charleroi.

«Per me va bene, Klaas» confermò Jude. Marta era in gamba, ma il legame tra lui e Klaas era più forte, più sentito. «Per l’inizio del quarto turno va bene?»

«Perfetto amico. Allora ci vediamo dopo. Devo passare in biblioteca prima di andare a casa, altrimenti la bibliotecaria mi staccherà le orecchie a furia di urlare. Pensa che sono in ritardo con la riconsegna di soli due giorni e già ho ricevuto tre messaggi di richiamo» disse Klaas, dirigendosi verso la sua destinazione.

«Sono arrivata anch’io.» disse Marta. «Prendo l’ascensore 13, proprio dietro l’angolo. Ci vediamo domani a scuola».

Jude, rimasto solo, proseguì verso casa a passo lento. Osservava le persone occupate nei loro affari. Molti esponevano le loro merci davanti ai loro negozi. I livelli del sottosuolo avevano sviluppato una produzione di beni per il mercato locale. Erano poche le cose che potevano essere vendute ad altri livelli. Infatti, quasi tutti erano stati ideati e costruiti in modo uguale, con le stesse risorse a disposizione. L’unica differenza evidente era la disposizione dei due corridoi principali, che avrebbero indebolito l’intera struttura se fossero stati costruiti direttamente uno sopra l’altro. Jude si fermò in un negozio di alimentari per prendere della frutta e pochi minuti dopo raggiunse il suo alloggio.

Tornato a casa, Jude lasciò la frutta sul tavolo e andò nella sua camera per mettere via lo zaino e cambiarsi. A scuola si indossava l’uniforme, un’uniforme che Jude odiava. I pantaloni erano bianchi e la camicia di un grigio crepuscolare. L’insieme era orribile secondo quasi tutti gli studenti. Decise di indossare un paio di jeans, una camicia beige e un gilet nero. Aveva sempre amato i gilet. Mancava ancora un’ora per l’appuntamento con Klaas e decise di passare nel laboratorio di suo padre per un saluto. Il laboratorio si trovava nel blocco di fianco a quello in cui viveva ed era collegato con un passaggio interno all’abitazione. Uscendo dalla sua camera incontrò sua madre.

«Ciao mamma, passo a vedere come sta papà e poi vado da Jacques a incontrare Klaas. Ho lasciato la frutta in cucina. Hai bisogno di altro?»

«No, per ora non mi serve nulla. Non fare tardi» rispose sua madre e lo salutò dandogli un bacio sulla fronte. Jude trovava bello che sua madre ancora lo salutasse così, anche se ormai aveva diciassette anni. «Non preoccuparti, sai che non sono un animale sociale» rispose, e si diresse verso la porta che lo avrebbe portato in laboratorio.

Vai al capitolo successivo.

Annunci

Che ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...