Libro I – Capitolo 2

Ogni volta che Jude entrava nel laboratorio di suo padre era come se il tempo procedesse al contrario. Suo padre, infatti, continuava a lavorare i metalli nel modo tradizionale. Si riferiva al suo laboratorio come “forgia”, perché, diceva, questo nome conteneva l’anima di quel posto. L’ambiente era di forma quadrata coi lati di dieci metri. Sul lato più lontano dall’abitazione Benassar aveva costruito una fucina seguendo progetti antichi. Jude li aveva visti qualche anno prima ed era rimasto affascinato dal livello di dettaglio che mostravano. La forgia poggiava su un basamento alto poco meno di un metro. Frammenti di carbone giacevano sparsi sul piano. Al momento Benassar non stava lavorando, e la fucina era spenta.

Jude si avviò in quella direzione aggirando il carrello che suo padre usava per riporre le tenaglie e i martelli. Si avvicinò al grosso mantice sulla sinistra della fucina, che suo padre stava esaminando. Lo faceva una volta ogni quattro mesi, in modo da non rischiare rotture improvvise. Un mantice che si rompesse durante un lavoro costituiva, infatti, un grosso guaio. Il pezzo in lavorazione andava fuso e si doveva ricominciare, con il comprensibile disappunto del cliente.

«Ciao Jude,» lo salutò suo padre, «vai da Jacques?»

«Ciao papà, da cosa lo hai capito?» chiese lui sorridendo. Aveva un rapporto molto stretto con suo padre. Benché l’ossessione per le tradizioni di quest’ultimo fosse difficile da comprendere per Jude, lui ne era affascinato. L’affetto che ogni figlio prova per i propri genitori era, nel suo caso, rafforzato dagli interessi che aveva in comune con entrambi: l’amore per i metalli del padre e le capacità tecniche ottenute dallo studio con sua madre. Jude era curioso ed era creativo. Questa combinazione lo aveva portato diverse volte sull’orlo di incidenti seri, ma per fortuna se l’era sempre cavata. Tranne quando, per un’eccessiva fiducia nelle sue capacità, stava per ferire un cliente di suo padre con un’asta di ferro arroventata. Non avrebbe mai dimenticato la rabbia dei suoi. E dentro di sé sapeva che lo avevano punito per essersi sopravvalutato, più che per l’incidente stesso.

«Metti sempre quel gilet quando devi vederti da Jacques con Klaas.» rispose Benassar. Poi, con un sorriso sornione, aggiunse: «Per essere precisi, quando vedi Klaas ma non Marta.»

«Non so di cosa parli, siamo solo buoni amici.»  rispose Jude, sorridendo a sua volta. Pur avendo un legame più forte con Klaas, provava dei sentimenti per Marta. E da quello che riusciva a capire lei se ne era accorta. Il problema era che lui non sapeva cosa provasse lei. Le ragazze erano una delle mille cose che capiva poco o nulla.

«Siamo solo buoni amici.» ripeté, dato che suo padre continuava a sorridergli senza parlare, questa volta, però, con una nota di tristezza.

«Parlale, Jude. Altrimenti vivrai nel dubbio e lo stesso non ne caverai nulla.»

«Lo farò prima o poi, papà. Come dici sempre tu, sono ancora “tanto giovane”. Ero passato per chiederti se avevi bisogno di qualcosa prima che io esca.»

Con un cenno suo padre lo invitò ad attendere e si diresse verso lo scaffale in cui teneva i lavori finiti.

«Hai fatto bene a chiedere. Ecco, porta questo da Willem. É già pagato, quindi devi solo consegnarlo.» Con quelle parole gli porse un involto non più grande della sua tokalama e Jude, incuriosito, chiese al padre se poteva vedere cosa c’era dentro. Dopo averne ricevuto il permesso, il ragazzo aprì l’involto, che non era sigillato, e vide che dentro c’era un pugnale. Tolse il fodero di cuoio nero ed estrasse una lama trasparente con sottili venature nere.

«Un pugnale di vetro?» disse, «C’è anche del toka, vero? Lo vedo dalle venature. Ma il corpo della lama? Come hai fatto a unire il vetro col toka?»

«Non è vetro, Jude. Finalmente sono riuscito a unire il toka al metallo cormet. Il cormet è, come puoi vedere, trasparente. Mi ci sono voluti anni per raccogliere la quantità necessaria per questa lama, e senza l’aiuto di Willem non ci sarei mai riuscito. Per questo mi sembra giusto che lui possa vederlo realizzato. L’ho appena avvisato via neuronet che glielo porterai tu. Ora vai, devo finire col mantice.» e così dicendo si rimise a lavoro.

Jude continuò a fissare l’arma che teneva in mano. Il pugnale era quasi privo di peso. L’impugnatura, con sottili incisioni a rombo per migliorare la presa, e la guardia, a forma di mezzaluna, erano di puro toka, nero come una notte senza stelle. In fondo all’impugnatura, un piccolo pomolo, anch’esso dello stesso materiale, mostrava chiaramente che l’impugnatura era attraversata da un codolo a cinque spine. Infatti, il pomolo era decorato da una sorta di fiore a cinque punte, una stella trasparente. Benassar aveva ribattuto le spine per ottenere quella decorazione. Ma era la lama il vero spettacolo. Era a doppio taglio e, Jude se ne intendeva abbastanza, perfettamente in asse con l’impugnatura. Suo padre era preciso fino all’ossessione per questo genere di dettagli. Era un’arma perfetta sia per i fendenti che per gli affondi. Rimise il pugnale nel fodero e lo riavvolse nel tessuto.

«É magnifico, papà. É come una notte che stende le sue spire sul giorno. Potresti chiamarlo Pazzia, che ne pensi?»

«Penso che ha troppa immaginazione, ragazzo mio. Essenza andava più che bene per il pugnale che hai forgiato da solo, ma Pazzia è un nome malaugurante. Ora, però, dovresti andare davvero. Willem ti aspetta, e di sicuro non vorrai far aspettare Klaas. Vai, su.»

Jude salutò suo padre e corse in camera sua per recuperare lo zaino. Non voleva portare l’involto allo scoperto. Dopo averci pensato su per qualche secondo prese anche il suo pugnale, Essenza, e lo ficcò nello zaino. Non aveva avuto ancora l’opportunità di mostrarlo a Klaas. Al contrario di Pazzia, ormai lo aveva battezzato così nella sua mente, Essenza era completamente nero, realizzato in toka quasi puro.

Mentre il figlio usciva di casa Benassar smise di fingere di lavorare al mantice e raggiunse sua moglie.

«Il ragazzo è andato, Lyra.»

«Bene» rispose lei. «Lo hai mandato da Willem?»

Alla risposta affermativa del marito Lyra si annuì con decisione.  «Credo che sia più al sicuro con lui, Ben. Hai fatto bene a mandarlo via. Non correrà pericoli, vero?». Il volto della donna tradiva un’ansia controllata a stento. Amava suo figlio, ma da un punto di vista meno emotivo sapeva che c’erano cose più importanti. Anche di un figlio o di un marito. E lo sapeva anche Ben.

«Nessuno immediato almeno» rispose lui. «Vedrai che se la caverà. Jude è in gamba e lo abbiamo preparato bene. E non dimenticare che il suo innesto è quasi sempre spento. Sai che odia “quegli aggeggi maledetti”» e, così dicendo, si avvicinò a lei con un sorriso rassicurante. La strinse a sé per un breve momento, poi aggiunse: «Non preoccuparti per lui. Ora siamo noi la sua prima linea di difesa. E non dimenticare che la chiave si trova al sicuro, o lo sarà a breve.»

Vai al capitolo successivo.

Annunci

Che ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...