Libro I – Capitolo 3

Il locale di Jacques era qualcosa a metà tra un bar e un tempio neo-zen.

L’ingresso vero e proprio era preceduto da una camera d’accesso chiusa sui due lati da portelli scorrevoli in metallo. La camera era dotata di sensori che accertavano che nessuno portasse armi esplosive o a energia all’interno del locale. Una seconda funzione della camera, meno conosciuta ai frequentatori, era quella di collegarsi agli innesti neuronali. In questo modo rimaneva una registrazione dell’accesso, nel caso in cui Jacques avesse dovuto collaborare con le forze dell’ordine. Questo collegamento era anche utile al padrone del posto quando doveva mettere fine a qualche rissa, eventualità tutt’altro che infrequente. Un semplice pulsante permetteva di mettere fuori combattimento chiunque.

Quando i portelli scomparivano nelle pareti, si rimaneva immediatamente colpiti dalla vastità del posto. Il bar era di forma circolare con un diametro di quasi cento metri. L’acquisto di quello spazio e l’installazione di un pavimento di assi di legno vecchie di duecento anni erano costati a Jacques un piccolo patrimonio.

Al centro esatto, il pavimento e il soffitto, entrambi di metallo cromato, erano collegati da una colonna dello stesso materiale con le estremità a forma di imbuto, e le pareti del bar erano leggermente ricurve, dando la sensazione di trovarsi all’interno di un toroide. Il che era in effetti vero, visto che il locale sorgeva in un ex generatore Tokamak. Lungo la colonna era stata applicata una griglia di sottili tubi trasparenti in cui scorreva un liquido simile all’acqua.

C’era un unico ingresso e quattro banconi, anch’essi circolari, aperti su tutti i lati e a tre piani. Erano collocati ai vertici di un quadrato perfetto attorno al pilastro centrale. Ognuno di essi era costruito intorno a una colonna di vetracciaio in cui gel cromatici fluorescenti erano in costante movimento. Ogni colore aveva una densità differente ed era proprio questa a creare il movimento. Per qualche ragione sconosciuta ogni giorno c’erano due momenti in cui tutte e quattro le colonne si muovevano esattamente con lo stesso schema. Maddo, uno degli ospiti fissi di Jacques, aveva soprannominato questo fenomeno Sincromìe, e il nome aveva attecchito al punto che Jacques lo aveva aggiunto a quello del suo locale, Il Toro Sincromico. L’effetto era psichedelico anche senza aver prima fatto il pieno di alcol. La luce emessa dalle quattro colonne era l’unica illuminazione per i banconi, che si trovavano immersi in una cangiante melodia visiva, e rifrangendosi sulla griglia della grande colonna centrale sembrava far scorrere fiamme di centinaia di colori nelle vene del locale.

All’interno delle colonne dei banconi degli ascensori trasparenti portavano ai piani superiori, gli unici luoghi che potevano fornire un po’ di privacy in quel posto.

Subito dopo aver bevuto lo spettacolo luminoso, gli occhi di chi entrava da Jacques venivano catturati dalle pareti cromate che sembravano correre all’infinito in ogni direzione. Lungo le pareti si trovavano i tavoli. Attorno a questi si poteva trovare posto su dei comodi divani.

Quando Jude entrò nel locale individuò Klaas che lo stava aspettando a uno dei tavoli. Aveva preferito passare prima al Toro e poi, sulla via di casa, aveva programmato di passare da Willem per consegnare il pacchetto. Prima, però, lo avrebbe fatto vedere al suo amico.

«Ciao Klaas, ti va di spostarti al tre quattro?» chiese. Intendeva il terzo piano del bancone numero quattro, quello a cui servivano anche bevande non alcoliche. Non amava l’alcol e ne beveva molto raramente, al contrario del suo amico che non disdegnava affatto un bel calice di Rodenbach o una bottiglia di Timmermans, birrificio attivo da oltre tre secoli.

«Come preferisci, Jude. Andiamo.»

Spostandosi tra gli avventori, i due ragazzi raggiunsero il bancone quattro e con gran sorpresa di Klaas, Jude ordinò due Timmermans.

«Stai male, Jude? Tu che bevi birra?»

«Tranquillo, Klaas. Oggi ti farò vedere il mio primo capolavoro, e dobbiamo festeggiare!»

Dopo aver pagato entrarono nell’ascensore. Non c’era una vera differenza tra il secondo e il terzo piano. Entrambi offrivano lo stesso grado di riservatezza. Ma Jude amava salire all’interno delle colonne fluorescenti e per questo preferiva salire al terzo. Arrivati a destinazione entrarono in una delle sfere da due posti e attesero le loro birre. I tavoli dei piani superiori erano racchiusi all’interno di strutture sferiche che, all’occorrenza, potevano essere chiuse facendo scendere un pannello di vetro. Jude lo chiuse non appena il cameriere ebbe lasciato le birre e premette il pulsante che lo trasformava in uno specchio dal lato esterno. Klaas osservava l’amico in silenzio, non sapendo cosa aspettarsi. Sapeva della passione di Jude per la forgiatura, ma non lo aveva mai visto così eccitato.

Appena il segnale luminoso confermò che nessuno poteva guardare all’interno, Jude prese la sua birra e, inclinando leggermente la bottiglie verso Klaas, lo guardò negli occhi brindando ai capolavori. Bevve un sorso e poi prese lo zaino.

«Caro Klaas, ecco il mio capolavoro, spero il primo di una lunga serie,» disse, e pose sul tavolino la sua lama. Klaas la prese in mano e la osservò con molta attenzione. Come tutti ai livelli bassi, anche lui sapeva riconoscere una buona lama quando la vedeva.

Finito il suo breve esame emise un fischio d’ammirazione.

«É magnifico, Jude. Un pugnale davvero superlativo. Sembra quasi puro toka.»

«Esattamente. É puro al novantasette per cento. Mi ci sono volute tre settimane, due di progettazione e una di produzione. Il toka è maledettamente duro da lavorare.»

Finirono le loro birre ammirando la linea del pugnale e Jude raccontò di come e perché l’avesse chiamato Essenza. Dare il nome a un’arma poteva sembrare sciocco, e infatti non lo faceva quasi nessuno. Ma per Jude questo creava un legame tra arma e padrone. E Klaas era d’accordo.

«Ma non ho chiuso lo specchio per questo. Ora ti farò vedere l’ultimo lavoro di mio padre. Devo portarlo a un suo amico, ma non potevo non mostrartelo.»

Jude sfilò l’involto dal suo zaino e lo aprì lentamente.

«Ma è un pugnale in cormet!» esclamò Klaas. «Non ne avevo mai visto così tanto assieme.»

Jude, leggermente deluso perché la sua sorpresa non era stata totale, chiese stupito: «Conoscevi già il cormet? Io non ne avevo mai sentito parlare, eppure i metalli li conosco.»

«Forse i metalli ordinari. Ma, evidentemente, non quelli leggendari. Il cormet è un metallo così raro nel suo stato naturale che per molto tempo lo si è creduto solo un mito da laboratorio. Trenta anni fa, però, alcuni scienziati di Vienna hanno scoperto che i resti di lavorazione del wolframio contenevano particelle metalliche. La loro caratteristica principale era che non interagivano in alcun modo con la luce. Si trattava di cormet perfettamente trasparente. La comunità scientifica ne discusse per mesi, ma non si riuscì a capire quale potesse essere l’utilizzo pratico di un metallo che non si vedeva e che si presentava in quantità irrisorie. Non mi stupisce che tuo padre sia riuscito nell’impresa. Le sue tecniche di lavorazione sono quanto di più adatto possibile a piccole quantità di metallo, indipendentemente da cosa possono pensare i grandi produttori di oggi o i loro ricercatori.»

Prese in mano il pugnale e aggiunse: «Per raccogliere tutto questo cormet gli ci saranno voluti almeno venti, venticinque anni!»

Jude rimase stupito dalla conoscenza dell’amico. Lui si occupava di metalli da sempre, ma non ne aveva mai sentito parlare. Avrebbe fatto meglio a tenersi aggiornato in futuro.

«Vedi le venature nella lama? É toka. Non solo ha realizzato questa meraviglia, ma è anche riuscito a unire due anime in una. L’ho chiamato Pazzia. Che ne pensi?»

«Un nome malaugurante, non c’è che dire. Però gli si addice.»

Jude riprese il pugnale e rimise tutto nello zaino. Dopo aver riaperto la sfera continuarono a parlare per un’ora e Klaas ordinò un’altra birra. Jude ripiegò su una bevanda analcolica. Una birra andava bene, due erano troppe. Non voleva certo arrivare da Willem alticcio. Controllò l’ora e si accorse che non gli rimaneva molto tempo per consegnare il pugnale e tornare a casa.

«Ora devo andare. Ho promesso a mio padre che avrei portato il pugnale di cormet a un suo amico e si sta facendo tardi. Tu hai da fare? Se hai voglia puoi venire con me.»

Klaas annuì e scolò quello che rimaneva nella sua bottiglia. Nell’ascensore, per puro caso poterono osservare una Sincromìa dall’interno e, raggiunto il piano terra, si avviarono verso l’uscita del locale.

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